Elly Schlein si va a schiantare: retroscena, quell'avviso da Berlino che continua a ignorare
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Quel 16,5 per cento dei voti cui sono scesi i socialdemocratici tedeschi, in un turno elettorale peraltro a larghissima partecipazione, con ben più dell’80 per cento ormai inimmaginabile in Italia, dovrebbe far riflettere la segretaria del Pd Elly Schlein. Che ha cominciato anche lei a registrare nei sondaggi una certa tendenza a scendere da quando ha opposto la sua dichiarata testardaggine, nell’inseguimento dell’unità delle opposizioni, a quanti nel partito mordono il freno per la radicalizzazione della linea. E ciò pur di non perdere per strada la sinistra di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ma soprattutto quel misto fritto che è diventato il Movimento 5 Stelle sotto la guida sempre più personalizzata e massimalista di Giuseppe Conte. Diversamente dalla Germania, dove i socialdemocratici sotto una guida diversa dallo sconfitto Olaf Sholz, possono pensare ad una ripresa collaborando con la Dc tedesca del prossimo cancelliere Friedrich Merz, Schlein in Italia non ha alcuna rete di sicurezza o di riserva su cui poter contare.
Se non riesce a legare bene neppure con i riformisti del suo partito, temendo i contraccolpi che le deriverebbero nei rapporti con Conte, figuriamoci se e come potrà coltivare il disegno alternativo suggeritole da quel furbacchione di Dario Franceschini. Che è di scommettere sul collasso del centrodestra per agganciare la Forza Italia di un Antonio Tajani finalmente consapevole di quel biglietto della lotteria che avrebbe in tasca rompendo con Giorgia Meloni e con Matteo Salvini. E diventando -ha detto sempre Franceschini nell’autofficina dove ha aperto il suo nuovo ufficio- l’ago della bilancia di ogni governo. In Italia la Meloni non è come Alice Weidel in Germania, con la sua estrema destra marginalizzata anche col quasi 21 per cento raggiunto nelle elezioni raddoppiando i voti rispetto a quattro anni fa e piazzando la sua Alternativa al secondo posto nella graduatoria dei partiti tedeschi.
La Meloni è di altra stoffa. E sa tenere bene la coalizione di centrodestra che guida, nonostante le tensioni amplificate dagli avversari: meglio di quanto non riesca Schlein al Nazareno alle prese con una decina ormai di correnti, quante ne ho viste contare dagli specialisti della formazione prodotta dalla fusione a freddo, nel 2007, fra i resti del Pci, della sinistra democristiana e cespugli vari. Sconcerta, a dir poco, la segretaria di un partito che dovrebbe essere l’animatore e il perno dell’alternativa al centrodestra e non riesce a trovare un argomento o una piazza per partecipare a qualcuna delle manifestazioni organizzate per solidarizzare con l’Ucraina nel terzo anniversario della guerra d’invasione cominciata dalla Russia di Putin col proposito velleitario di concluderla entro tre giorni.
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Eppure la Schlein aveva sfidato nei giorni scorsi la premier Meloni a schierarsi con l’Ucraina piuttosto che col presidente americano Donald Trump deciso ad accordarsi con Putin anche a costo di attribuirgli la parte dell’aggredito, anziché dell’aggressore. Schlein ritiene evidentemente gli altri della sua stessa pasta. Si è tappata orecchie e occhi per non sentire e vedere la Meloni ripetere, in collegamento con l’assemblea dei conservatori americani, che l’aggredita è l’Ucraina e l’aggressore è Putin. Il mondo della Meloni non è sottosopra come la Schlein vorrebbe per consolarsi e cercare di uscire dal vicolo -quello sì- in cui lei ha trascinato il Pd. Dove prima o poi penso che dovrà pagare il conto di una gestione un po’ maramaldesca. Sentir dare a Meloni, in una scenata parlamentare organizzata con tanto di cartelli, della presidente del coniglio, anziché del Consiglio, da una segretaria di partito che non è riuscita a trovare, o ha esitato fino all’ultimo, se mai ci avesse ripensato mentre scrivo, una piazza per confermare la solidarietà all’Ucraina nel terzo anniversario della sua invasione, è stato il massimo non della durezza nello scontro politico, ma semplicemente della comicità.
liberoquotidiano