Lanfranconi ad Agrigento: l’estasi cromatica di una città sacra
Se c’è un’arte che reinventa e allo stesso tempo sublima il reale, è quella di Martino Lanfranconi. La mostra attualmente allestita presso la sede del settimanale L’Amico del Popolo ad Agrigento, curata con lodevole rigore e sensibilità da Carmelo Petrone, Francesco Rizzo e il collettivo StuporArt, è un’esplosione controllata, di forme e colori che travalica il semplice tributo alla città per divenire una dichiarazione estetica che merita ben più d’un’occhiata frettolosa.
Dalla maestà arcaica dei templi agrigentini a via Atenea, passando per la Cattedrale di San Gerlando, la Stazione e la monumentale Posta Centrale di Piazza Vittorio Emanuele: questi luoghi iconici diventano, nella pittura di Lanfranconi, interpretazioni ardite, visioni trasfigurate che raccontano Agrigento con occhi nuovi.
La pittura di Lanfranconi procede per accostamenti netti, decisi, dove i colori puri dialogano per contrasto o affinità, senza mai confondersi. In questo, egli si accosta più a un futurista che a un paesaggista tradizionale, ma con una spinta ulteriore: quella che gli viene da una sensibilità contemporanea nutrita dalla grafica moderna.
Le sue rappresentazioni agrigentine sono come Le città invisibili di Italo Calvino: molteplici, stratificate, impalpabili eppure concrete. E ogni sua opera è un invito a vedere ciò che già guardiamo ogni giorno con occhi nuovi.
Lontano dalle derive concettuali e dalle scorciatoie provocatorie, Lanfranconi sviluppa una ricerca fondata sull’equilibrio tra composizione, segno e accostamenti cromatici. Un linguaggio visivo consapevole, che afferma – con misura e intelligenza – la forza autonoma dell’immagine.
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